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Nessun intellettuale del dopoguerra ha una presenza vivida come la sua. L’eredità di Pier Paolo Pasolini è, prima di ogni altra cosa, un’eredità intellettuale, critica, polemica, militante.

Lucido e implacabile, il suo sguardo si posa sull’Italia del boom economico e dell’industrializzazione feroce, teatro del più nefasto e irreversibile “genocidio” culturale e sociale, oltreché simbolico: il frenetico processo di modernizzazione massificante che ha nella televisione, nella presunta liberalizzazione dei costumi e nell’imposizione del modello piccolo-borghese i suoi mezzi più perversi e mistificanti.

Una modernizzazione senza sviluppo, senza più intellettuali a guidarla, senza più popolo, ideologie e identità assume, agli occhi dell’utopista ormai disincantato, i tratti di un’orrenda “nuova preistoria”, l’arido tempo dell’alienazione, delle stragi, del consumismo, materiale ed emozionale, dell’industria culturale, dell’uniformazione linguistica e spirituale.

Alla memoria di quel polemista inattuale, impopolare e straordinariamente profetico che Pasolini seppe essere, e al suo retaggio oggi più che mai vivo, è dedicato questo libro.

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